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di Umberto Folena
L’insegnamento
della religione cattolica (Irc) non serve a nulla, se non a rimpinguare
la Chiesa, «un altro miliardo di obolo di Stato a san Pietro». A questa
tesi sbrigativa e grossolana va piegata la realtà, insinuando che
l’Italia sia un’anomalia in Europa, mentre invece è l’esatto contrario;
e con supremo disprezzo degli insegnanti di religione e degli oltre
nove studenti su dieci che nelle scuole statali seguono le loro
lezioni. "I soldi del vescovo", parte quarta, è comparsa ieri su Repubblica.
Il bersaglio? Probabilmente il Concordato; sicuramente la Chiesa e i
cattolici tout court e ogni loro forma di presenza sociale - oratori,
scuole, ospedali, centri d’ascolto, mense… tutto - lasciandogli forse
le sacrestie, purché ben chiuse.
I programmi ci sono
«Uno strano ibrido di
animazione sociale e vaghi concetti etici destinati a rimanere nella
testa degli studenti forse lo spazio di un mattino. Pochi cenni sulla
Bibbia, quasi mai letta, brevi e reticenti riassunti di storia della
religione». Questa è l’ora di religione secondo Repubblica.
In realtà i programmi - Osa, obiettivi specifici di apprendimento - ci
sono, come per ogni disciplina. Se un docente li ignora, è un cattivo
docente. Ma se un insegnante di matematica dovesse insegnar male,
concluderemmo che la matematica è una porcheria? Repubblica stessa poi si contraddice pesantemente, quando nel titolo sentenzia: "Religione, il dogma in aula". Quale dogma?
Che cosa dice il Concordato
Repubblica
evita di spiegare ai lettori l’origine dell’attuale Irc: gli Accordi
concordatari del 1984, che definiscono in positivo, secondo un’idea
inclusiva di laicità, i rapporti tra Chiesa e Stato, non in concorrenza
o in conflitto, ma collaboranti: «La Repubblica Italiana, riconoscendo
il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del
cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano,
continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola,
l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non
universitarie di ogni ordine e grado. Nel rispetto della libertà di
coscienza e della responsabilità educativa dei genitori, è garantito a
ciascuno il diritto di scegliere se avvalersi o non avvalersi di detto
insegnamento». Un testo improntato al buon senso. Il resto sono giochi
di parole. Scrive Repubblica: «L’ora di religione è un
insegnamento facoltativo e come tale non dovrebbe prevedere docenti di
ruolo». Dell’Irc gli studenti, tramite i genitori se minorenni, hanno
facoltà di avvalersene o meno; ma le scuole hanno l’obbligo, non la
"facoltà", di assicurarlo. Viene poi insinuato che a un insegnante
separato verrebbe ritirata l’idoneità. Sciocchezze: i separati accedono
ai sacramenti, e non possono invece insegnare religione? I divorziati
risposati no, non insegnano; ma lo sanno e i patti sono chiari fin
dall’inizio.
Irc e fantasie
Il giornale di De Benedetti
afferma con sicurezza che la Cei chiede (e lo Stato l’accontenta) «che
l’ora di religione sia sempre inserita a metà mattinata e mai
all’inizio o alla fine delle lezioni, come sarebbe ovvio per un
insegnamento facoltativo». Naturalmente non cita la fonte - quando mai
la Cei avrebbe chiesto una cosa simile? - perché non esiste. Sono
fantasie, tra l’altro impossibili da realizzare. Repubblica
dovrebbe sapere che, di media, un insegnante ha 16 ore alla settimana;
in cinque giorni, neanche il computer della Nasa riuscirebbe ad
assegnargli soltanto seconde, terze e quarte ore; e il 73,9 per cento
insegna 18 o più ore. Falso è poi che la Cei boicotti le attività
alternative. Tutto il contrario, come già emergeva nel convegno
nazionale del 1995, presente l’allora ministro Berlinguer.
Se il 91,2% vi sembra poco
Repubblica
non indica la fonte delle tabelle, anche se leggendo il lungo articolo
si intuisce che è la stessa Cei. Ma i numeri vanno spiegati. Ad esempio
gli avvalentesi dell’Irc: in totale, nel 2006-07 erano il 91,2 per
cento, media tra il 94,6 delle primarie e l’84,6 delle secondarie di 2°
grado. Sono in calo, gongola il quotidiano di De Benedetti. Ma di
quanto? Nel 1993-94 erano il 93,5: un’oscillazione minima. E comunque è
una stima compiuta monitorando l’83,5 per cento degli alunni (6.554.562
su un totale di 7.681.536). I dati del Nord sono quasi al completo
(98,4), assai meno al Sud (77,5), dove la rinuncia all’Irc è molto più
bassa (appena l’1,6, contro il 14,1 del nord). Quindi la stima è
sicuramente per difetto.
Insegnanti quasi tutti laici
Gli stipendi agli
insegnanti sono «un miliardo alla Chiesa»? Chissà che cosa ne pensa
l’85 per cento di insegnanti laici, tra cui il 57 donne e il 28 uomini.
Cittadini e lavoratori con regolari titoli di studio. I soldi vanno
alle famiglie degli insegnanti, non ai vescovi. È l’ennesima
contraddizione di chi rimprovera alla Chiesa di non adeguarsi
all’Europa (coppie di fatto, fecondazione artificiale, eccetera).
Ebbene, nel caso dell’Irc (come è spiegato in un altro servizio in
questa stessa pagina) siamo adeguatissimi. Ed è l’ennesimo infortunio
di chi, per faciloneria o disprezzo, riesce a sbagliare il cognome di
Giovanni Paolo II: si scrive Wojtyla, insigne collega, non Woytjla.
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