di Umberto Folena
Cattolici
e laici, credenti e miscredenti, è proprio vero che a Natale si diventa
tutti più buoni. Sarà qualcosa nell’aria, magari durerà poco, ma
l’inchiesta-saga di Repubblica sui “Soldi del vescovo”, episodio
settimo (più di Guerre stellari), dopo quasi tre mesi si accorge
dell’“altra faccia dell’obolo”, la carità. La carità è il tratto
distintivo dei cristiani di ogni denominazione da venti secoli, ma va
bene lo stesso. Il giornale di De Benedetti dà la parola a Giuseppe De
Rita e a don Luigi Ciotti, e intervista il cardinale di Curia Sergio
Sebastiani. Ricorda l’impegno per i poveri e gli immigrati, la presenza
nelle periferie più degradate, la tenacia con cui la Chiesa sa restare
a servizio della gente anche là dove gli altri scappano o latitano.
Buon Natale, davvero.
Alla fine delle due pagine rimane però
almeno un dubbio. Perché i cristiani praticano la carità? Secondo
Repubblica, esiste «un tacito patto: mentre la mano pubblica smantella
il Welfare, quella vaticana tappa le falle più evidenti». La Chiesa
crocerossina e tappabuchi fa comodo, insomma. I volontari della Caritas
sospirano: il Vaticano qui in parrocchia? Alla mensa? Alla comunità
terapeutica? Per certa stampa “Vaticano” è sinonimo di “cattolico”: la
Cei è Vaticano, l’otto per mille va al Vaticano, insomma siamo tutti
guardie svizzere. «Così la Chiesa sostituisce lo Stato», è il titolone.
Il primo cristiano a fare la carità quotidiana, «sostituendosi allo
Stato», fu – perdonateci la battuta – San Pietro. I cristiani
proseguono quell’opera, in modo imperfetto, come ne sono capaci, senza
sostituirsi a nessuno e senza alcun patto tacito. I cristiani facevano
ospedali e scuole, organizzavano mense e ricoveri, soccorrevano vedove
e orfani prima della Repubblica, prima del Regno, fin da quando
l’Italia era davvero una “poltiglia”, nel senso che non esisteva se non
come vaga idea.
Se un patto c’è, poi, non è tacito ma palese. È
la premessa del tanto vituperato Accordo concordatario del 1984, là
dove nel primo articolo Stato e Chiesa affermano di stimarsi
reciprocamente e di voler collaborare avendo a cuore entrambi un solo
bene, il bene del Paese. Collaborare, non competere. La Chiesa e i
cristiani in Italia sono riconosciuti come una risorsa, non come un
ostacolo da rimuovere o un fastidio da sopportare. Se già fanno
(abbastanza) bene ciò che fanno da secoli, ossia ospedali, scuole,
comunità, mense…, perché hanno affinato una particolare sensibilità che
li fa entrare in immediata sintonia con i bisogni reali della società,
uno Stato che persegue il bene dei cittadini mette quei cristiani nelle
condizioni di operare in libertà. Perché ci crede; perché gli conviene.
Se
però il rapporto non è concepito per quello che è e dev’essere, stando
alla lettera e all’intenzione dell’Accordo, ossia di stima e
collaborazione, ma l’unica chiave di lettura è il puro e semplice
potere, allora anche le mense e le comunità terapeutiche, in
quest’ottica ideologica, possono essere interpretate come una strategia
vaticana (sic) di occupazione del territorio.
Potere e ideologia
spingono a “misurare” la “forza” cattolica in termini di voti. Secondo
Repubblica, «l’elettorato cattolico» vale tra il 6 e l’8 per cento.
Perché non l’1, perché non il 99? I cattolici italiani soldatini
obbedienti, i vescovi generali obbedienti alla direttive vaticane…
Obbedienti sì, ma a Gesù Cristo (e mai abbastanza). Da qui nasce la
carità (mai abbastanza pure lei). Questo è il grano. Il resto è pula.
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