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Caro Direttore, il quotidiano
‘La Repubblica’ nel numero di giovedì 2 agosto ha pubblicato un
articolo di Curzio Maltese dal titolo: ‘Le tasse e i silenzi della
Chiesa’, in cui si fanno pesanti accuse sul piano fiscale. Maltese
parte da una risposta provocatoria alla domanda posta da Prodi: «Perché
quando vado a Messa questo tema non è mai toccato nelle omelie?» e
risponde: «Non sarà mai perché la Chiesa è la prima a non pagare le
tasse?». Lascio a chi ha competenza giuridica e amministrativa la
risposta alle pesanti accuse che seguono, anche se il professor Dalla
Torre ha già dato ampia risposta in un precedente numero di ‘Avvenire’,
dopo la notizia che la Commissione europea aveva avviato un
procedimento contro il governo italiano per il ‘regalo’ dell’Ici alla
Chiesa cattolica (Marco Tarquinio ha a sua volta avanzato delle
controdeduzioni all’articolo di Maltese su ‘Avvenire’ del 3 agosto, a
pagina 2). Vorrei invece fare qualche osservazione sull’affermazione,
ripresa dall’‘Espresso’, che «lo Stato italiano verserà al Vaticano
quest’anno 991 milioni di euro dell’8 per mille ». Purtroppo da alcuni
anni l’8 per mille è presentato all’opinione pubblica, anche da
autorevoli personalità ecclesiastiche, come una benevola concessione
dello Stato italiano alla Chiesa cattolica come riconoscimento della
funzione sociale che essa compie. Con un doppio pericolo: di rendere
dipendente la Chiesa dai finanziamenti della Stato e di rendere
precaria la sua situazione economica perché una maggioranza politica
sfavorevole alla Chiesa può far modificare la normativa e togliere l’8
per mille . Nessuno dice e informa la gente che lo Stato italiano,
quando si è formato con l’unità d’Italia, ha sottratto forzatamente
alla Chiesa italiana (sottrarre forzatamente dei beni a qualcuno in
buon italiano si chiama ‘appropriazione indebita’) i suoi beni, con cui
provvedeva a se stessa senza chiedere nulla a nessuno. Il Concordato
del 1929 aveva trovato un compromesso e aveva impegnato lo Stato a
restituire una parte dei beni tolti, in realtà una assai piccola parte,
con la cosiddetta ‘congrua’, già introdotta nel 1876 con la legge 3336
che aveva istituito il ‘fondo culto’, cioè integrando il compenso ai
sacerdoti titolari di parrocchie, là dove i proventi dei beni rimasti
alla Chiesa, ‘i benefici’, non erano sufficienti al loro mantenimento.
L’aggiornamento e rinnovamento del Concordato fatto con il presidente
del Consiglio Craxi nel 1984 sostituisce la forma della 'congrua' con
la nuova forma dell’8 per mille : il cittadino italiano sceglie
liberamente, se vuole, di destinare l’8 per mille delle tasse che deve
allo Stato a beneficio della Chiesa cattolica per il mantenimento del
clero, per le iniziative pastorali e caritative, o di altre confessioni
religiose, o alle iniziative assistenziali dello Stato. Ma c’è una
differenza: nei confronti delle altre confessioni religiose è una
liberalità dello Stato per la funzione sociale che svolgono, per la
Chiesa cattolica invece è un parziale, molto parziale, risarcimento di
quanto le è stato tolto. È da aggiungere che, assicurato il
sostentamento del clero, una parte considerevole dell’8 per mille viene
impiegata in attività caritative e di promozione umana. Cioè la Chiesa
restituisce una parte dell’8 per mille in servizi. Per concludere,
l’integrazione con l’8 per mille alla mia pensione di vecchiaia, che mi
consente un tenore di vita modesto ma dignitoso, non è una benevolenza
e un privilegio che mi viene concesso dallo Stato, ma un doveroso e
saggio provvedimento della mia Chiesa che ho servito per 66 anni e che
continuo a servire serenamente e gioiosamente. Gli italiani conoscono
questa realtà storica? Dall’articolo di Curzio Maltese sembrerebbe di
no. Del resto i mezzi di comunicazione sociale non ne parlano mai. La
ringrazio e la saluto cordialmente.
sac. Giovanni Nervo , Padova, “Avvenire” del 5 agosto 2007
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