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Mi
presento: sono uno di quegli “imprenditori” entrati nel mirino suo,
sottosegretario Cento, e di alcuni altri suoi colleghi,
comprensibilmente preoccupati di salvare l’Italia dal fallimento
economico cui la Chiesa cattolica la sta condannando. Non
faccio l'imprenditore per scelta, ma per caso. Io ho scelto di fare il
prete, ma nella parrocchia dove ora sono c’è una scuola materna, ed io
ne sono diventato fatalmente il presidente.
Leggendo i giornali e
ascoltando le allarmate dichiarazioni di taluni di voi politici, credo
che non pochi italiani si stiano convincendo che la Chiesa cattolica
gode di innumerevoli e immotivati “privilegi”, tra i quali l’esenzione
dell’Ici. E così anch’io, in qualità di legale rappresentante della
parrocchia, proprio grazie anche a queste imperiose valutazioni
ripetutamente espresse, mi vado convincendo che sto derubando e
impoverendo l’Italia: la scuola materna che gestisco non paga l’Ici.
Ebbene sì, il sottoscritto (e conseguentemente anche la Chiesa
cattolica) si sta arricchendo alle spalle della comunità civile, grazie
ai “privilegi” che ricevo sottoforma di esenzioni, oltre a “copiosi”
contributi statali, regionali e comunali. Non
starò a dirle come io mi senta dinanzi a coloro che proprio non hanno
un privilegio alcuno, come i parlamentari che, obtorto collo, vivono in
totale ossequio alle leggi che li costringono (poveri loro) a percepire
appena “28 mila euro lordi al mese, che maturano un vitalizio che è
cumulabile con la pensione maturata nell’attività di provenienza il cui
importo, però, non è correlato con quanto hanno versato” (cito da una
domanda all’onorevole Letta su “Avvenire” del 24 agosto 2007, a pag.
10).
La mia scuola
quest’anno, come tutti gli anni d’altra parte, ha dovuto più volte “batter cassa” e chiedere un finanziamento alla parrocchia (a se stessa
quindi), e non certo alla collettività cui tutto sommato appartengono i
figli che ospitiamo, per poter pagare gli stipendi, in quanto i “privilegi” di cui saremmo ricchi (e che dovrebbero esserci tolti) non
riescono a coprire le spese vive del servizio. Questo però la stampa
non lo scrive, perché lei onorevole Cento e i suoi colleghi
parlamentari non lo dite, impegnati come siete a mostrarvi paladini
della laicità e difensori delle classi più povere, quelle che in un
anno di lavoro non guadagnano quanto il vostro stipendio mensile e che
risultano impoverite non certo da questo ma dai privilegi della Chiesa
cattolica. Ora però non è a tema lo stipendio dei parlamentari, si
parla dei “privilegi” della Chiesa cattolica, e quella sua, onorevole
Cento, appare ahinoi una battaglia giusta, perché i privilegi vanno
giustamente abbattuti. E allora, che cosa
augurarle, onorevole Cento? Che vinca la sua battaglia, anche se questo
dovesse far chiudere le scuole d’infanzia parrocchiali, colpevoli di
far risparmiare alla collettività troppi soldi rispetto a quanto la
collettività spende per gestire analoghe strutture; che gli oratori
parrocchiali e le case alpine dove si fanno i grest e i campi scuola
per i ragazzi paghino un’Ici doppia, perché quell'attività “commerciale” così redditizia qual è la costruzione di un uomo, è
giusto che sia adeguatamente tassata.
Onorevole, mi
raccomando, non si fermi però a queste poche “conquiste” davvero
sociali, e spinga a fondo l’acceleratore. Giacché c’è, perché non
promuove una ulteriore breccia di Porta Pia, così da incamerare
nuovamente tutti i “beni ecclesiastici”, requisendo oratori, scuole,
case alpine che stanno rendendo così ricca la Chiesa? Quando avrà
conquistato questi beni, per fare equivalenti servizi, sicuramente lei
pagherà l’Ici e stipendi adeguati ai suoi nuovi dipendenti. A lei,
d’altra parte, con i suoi 28 mila euro mensili, dovrebbe risultare un
tantino più semplice che a me, con i miei 1.009,59 euro mensili. Ma
forse, in quel caso, l’Ici non sarà più una tassa dovuta, perché il
servizio assumerà finalmente la sua propria rilevanza sociale, e sarà
plausibilmente giusto che non venga tassato. E così anche i costi di
gestione verranno messi a carico della collettività, proprio per la
riconosciuta e indiscussa funzione dell'opera, e lei non dovrà veder
impoverito il proprio stipendio mensile.
Con sincerità le dico
che mi piacerebbe sedermi accanto alla sua scrivania di gestore di una
scuola dopo che questa si è “svenata” per ottemperare a tutte le
richieste che la messa a norma dell’edificio richiedeva al fine di
ottenere e mantenere la “parità”, e vedere come se la cava quando i
contributi promessi non arrivano o arrivano decurtati anni dopo. Sapendo
tuttavia che per ora questo è un “privilegio” che mi resta accollato,
come cittadino italiano che deve mandar avanti un’azienda con
dipendenti regolarmente assunti e percepisce uno stipendio mensile di
1.009,59 euro, vorrei almeno essere esentato dall'altro “privilegio” di
dovermi privare di due anni di stipendio per pagarle una sola mensilità
e sentirmi offeso poi dalle sue dichiarazioni. Sì, onorevole Cento,
abbia almeno il pudore di non coprire di menzogne chi le concede di
ritagliarsi un così esagerato stipendio, permettendole anche di
continuare a legiferare privilegi a proprio favore.
O anche questa richiesta è un “privilegio” che vorrebbe negarmi?
di don Carlo Velludo, “Avvenire” del 30 agosto 2007
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