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La Chiesa come la politica? Con
un notevole sforzo, parecchie omissioni e un pizzico di demagogia,
perché no? È l'operazione tentata ieri da Repubblica, ben tre pagine
firmate da Curzio Maltese , coadiuvato da Carlo Pontesilli e Maurizio
Turco. Alla fine delle quali, a forza di 'all'incirca' e di 'stime', di
ipotesi e di proiezioni, si conclude che la Chiesa 'costa' agli
italiani più di quattro miliardi di euro all'anno, 'una mezza
finanziaria, un Ponte sullo Stretto o un Mose'. Detta così, fa
impressione. Malachiesa uguale a malapolitica, soldi a palate, agio e
ricchezza. Chi però frequenta una parrocchia strabuzza gli occhi: dov'è
tutta questa ricchezza? Nella parrocchia vicina, forse? No. Che si
intaschino tutto i vescovi? La grande foto furba di pagina 31, con il
dettaglio di una croce pettorale e un anello episcopale, e il titolo 'I
soldi del vescovo', potrebbero ammiccare in tal senso. Le remunerazioni
di preti e vescovi le trovate in questa pagina. Cifre pubbliche, però
omesse dalla Repubblica che pure riproduce le due tabelle sull'otto per
mille, di fonte Cei. Perché? Sono stipendi non abbastanza alti per
suscitare riprovazione, o così bassi da indurre un effetto contrario?
Poiché la verità non è valida se non la si dice per intero, diamo un
aiutino a Maltese e ai suoi collaboratori.
Quanti euro in carità?
Su
5 euro incassati dal gettito Irpef - è in evidenza in un sommario - 1
va alla carità. Il resto tra culto e immobili'. Non è corretto leggere
l'impegno della Chiesa nel nostro Paese attraverso la schema rigido di
un rendiconto amministrativo, impostato secondo le voci di spesa - che
devono rispondere alle formulazioni di legge - ammesse con i fondi
dell'otto per mille destinati alla Chiesa. L'attività concreta non è
catalogabile solo secondo alcune voci, generiche e imprendibili. Per
dire: il prete che ispira e anima un progetto di carità finisce sotto
la voce 'sostentamento del clero'. I volontari della carità sono
formati attraverso progetti pastorali. E mense, centri di ascolto e
case d'accoglienza, immobili a servizio della carità, finiscono sotto
la voce 'culto e pastorale'. La parrocchia stessa educa alla carità e
compie in prima persona opere di carità: sotto quale voce la mettiamo?
A proposito di preti, nel sistema ne sono inseriti circa 38 mila, di
cui appena tremila in 'quiescenza', vale a dire in pensione. Chi ha un
parroco ottantenne, sa bene che in pensione un prete non ci va mai, e
'molla' soltanto quando il fisico non gli regge proprio. Quanto 'costa
un prete'? Costa poco, rende tanto e non si ferma mai. E chi serve?
Soltanto i battezzati, soltanto i praticanti? No, è a servizio di
tutti.
6.275 interventi in 15 anni
Tanto improvviso
interesse per le opere di carità della Chiesa italiana è sorprendente.
Due anni fa il Comitato per gli interventi caritativi del Terzo Mondo
(con i fondi otto per mille) pubblica 'Dalle parole alle opere', un
volume di 386 pagine con il resoconto dettagliato, con nomi, indirizzi,
tipo d'intervento e cifre al centesimo, dei 6.275 interventi finanziati
in tutto il mondo tra il 1990 e il 2004, per un totale di 719 milioni
di euro. Grazie alla generosità degli italiani, si è passati dai 13
milioni di euro del 1990 ai 66 del 2003. Ebbene, di quel resoconto non
parlò nessun giornale: disinteresse totale, allora. Oggi insinuazioni,
genericismi. No, signori, è tutto documentato. Basta aprire il
documento, che è già nelle vostre redazioni.
Otto per mille, ecco chi firma
L'otto
per mille stesso è ancora, in larga parte, un oggetto sconosciuto. Gli
italiani firmano in massa per la Chiesa cattolica?
Occorre
sminuire il risultato. Maltese ci prova: 'Il 60 per cento dei
contribuenti lascia in bianco la voce 'otto per mille' ma grazie al 35
per cento che indica 'Chiesa cattolica' (...) la Cei si accaparra quasi
il 90 per cento del totale'. Il 35 per cento, una minoranza dunque...
Intanto, a partecipare con la firma sono 16 milioni di italiani: in
assoluto, non pochi. Se poi consideriamo chi presenta il 730 o l'Unico,
i firmatari sono il 61,3 per cento, una percentuale superiore a quella
di molte consultazioni assimilabili a questa. Ad abbassare la
percentuale sono i 13 milioni di italiani che non sono obbligati a
presentare la dichiarazione, chi ad esempio ha il solo Cud. Costoro -
nella grande maggioranza anziani, spesso soli - sono costretti a
operazioni complicate e scoraggianti: qui infatti la percentuale di
firme si riduce all'1 per cento. Sulla configurazione sociologica degli
anziani tuttavia ci sono studi a non finire. Perché non fate, signori,
anche qui una proiezione ponderata?
Una stima crescente
Magari
tutti firmassero e firmare fosse per tutti agevole. Un'indagine del
2006 sul consenso degli italiani all'operato della Chiesa parla di un
giudizio molto o abbastanza positivo da parte del 70 per cento della
popolazione; nel 2001 era del 60. È un secondo indizio della stima di
cui gode la Chiesa, per Maltese 'non eletta dal popolo e non sottoposta
a vincoli democratici'. Non è esattamente così. L'otto per mille non dà
alcuna garanzia alla Chiesa, che ogni anno si sottopone al giudizio
(democratico) dei cittadini, che possono darle la firma o
rifiutargliela. Le garanzie, se così vogliamo chiamarle, c'erano semmai
prima del Concordato del 1984, quando ancora i preti privi di altri
redditi ricevevano dallo Stato il cosiddetto 'assegno di congrua', che
veniva dato in sostituzione dei beni ecclesiastici incamerati dallo
Stato nell'Ottocento. Garanzie a cui la Chiesa ha rinunciato, in
accordo con lo Stato, rimettendosi alla volontà degli italiani. L'otto
per mille è una forma di democrazia diretta applicata al sistema
fiscale, che qualche nazione ha copiato e mezza Europa ci invidia.
Le quote? Decide l'Assemblea
E
la parte di otto per mille che va alle singole diocesi? Il servizio di
Maltese insinua che sia una forma di ricatto da parte della presidenza
della Cei, per premiare i vescovi docili e punire gli indocili, che
difatti non ci sono perché, secondo lui, tutti tacciono, tranne qualche
emerito. Naturalmente le cose non stanno così. Non è assolutamente vero
che due o tre decidono per tutti. La quota per le diocesi - decretata
ogni anno dall'Assemblea generale dei vescovi per alzata di mano -
viene distribuita per una parte in porzioni uguali a tutti, per
un'altra quota in base alla popolazione. Dunque, criteri oggettivi.
Certo, le diocesi devono rendere conto al centesimo di come hanno
destinato la propria quota di otto per mille. Per legge. Ma anche gli
altri contributi, come quelli per edificare i centri parrocchiali o
restaurare i beni culturali, vengono distribuiti secondo precisi
regolamenti, criteri e controlli oggettivi. Ma davvero Curzio Maltese
pensa che i vescovi siano un'accozzaglia di gente sprovveduta che
attendeva Repubblica per aprire gli occhi?
Ici, tutti gli esenti
Verrebbe
voglia di lasciar perdere il capitolo Ici e Irap. I nostri lettori sono
stanchi di leggere precisazioni ostinatamente ignorate dai soliti
giornalisti. Per i dipendenti laici, diocesi ed enti ecclesiastici
pagano l'Irap; non così se si tratta di sacerdoti che è difficile
immaginare come meri impiegati. Tutti però, laici e preti, pagano Irpef
e contributi. Quanto all'esenzione dall'Ici prevista dalla legge 504
del 1992, e che fino al 2004 non aveva suscitato nessun problema, essa
riguarda tutti gli enti non commerciali, categoria nella quale
rientrano certamente gli enti ecclesiastici ma che comprende anche:
associazioni, fondazioni, comitati, onlus, organizzazioni di
volontariato, organizzazioni non governative, associazioni sportive
dilettantistiche, circoli culturali, sindacati, partiti politici (che
sono associazioni), enti religiosi di tutte le confessioni e, in
generale, tutto quello che viene definito come il mondo del non profit.
Gli alberghi pagano, le case per ferie o le colonie no. A un albergo
non basta la cappellina per non pagare, anzi dovrà pagare l'Ici anche
sulla cappellina; e i Comuni hanno gli strumenti per accertare se
qualche albergo, chiunque ne sia il proprietario, si 'traveste' da casa
d'accoglienza. Anche qui, niente trucchi.
I conti in tasca
'Fare
i conti in tasca al Vaticano...' scrive Maltese . Ci risiamo. Confondere
la Cei (vescovi cittadini italiani a servizio del Paese) con il
Vaticano è errore da bocciatura all'esame da giornalista. Eppure ci
tocca ancora leggere dell''otto per mille al Vaticano'. Citare 'come
fonte insospettabile' la Cei va benissimo, i problemi sorgono quando ti
ritrovi citato a metà, e la metà omessa è regolarmente quella scomoda
all'autore dell'inchiesta. Quanto alla presunta scarsa libertà
all'interno della Chiesa, è curioso che Maltese e collaboratori
riportino proprio le cifre rese note (non nascoste) dalla Cei, e citino
due giornalisti cattolici. La prossima puntata, per dirla davvero
tutta? Non 'i soldi del vescovo', ma... 'i debiti del vescovo'. Aiuta,
sfama (la pancia, ma soprattutto l'anima), educa, costruisci e ripara...
Alla fine è difficile non finire in rosso. Il rosso di chi restituisce
tutto quello che riceve dagli italiani, e oltre.
di Umberto Folena, "Avvenire" del 29 settembre 2007
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